La crisi del Venezuela è la fine del socialismo in America Latina

11 novembre 2020

Il "golpe" contro Maduro segna la fine di un modello che per vent'anni ha segnato la vita pubblica del Sudamerica: oggi l'America Latina √® ancora pi√Ļ filoamericana di quanto fosse all'epoca

Graffiti che raffigurano Hugo Chavez a Caracas. (foto: LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Con un tempismo formidabile, mentre la Casa Bianca e la quasi totalit√† della classe politica americana riconoscevano Juan Guaid√≤, presidente dell’Assemblea nazionale del Venezuela, come¬†leader legittimo del paese, Instagram ha fatto togliere il “bollino” blu dal profilo del presidente attuale, Nicol√†s Maduro. Tecnicamente, significa che quell’account non √® pi√Ļ “verificato“.¬†In termini simbolici, equivale a un biglietto di sola andata sulla barca di Caronte.¬†Il¬†paese sudamericano, sconvolto da una crisi economica¬†senza precedenti e con migliaia di persone in piazza da giorni per chiedere le dimissioni del governo,¬†√® a un passo dalla guerra civile.

La crisi del progetto socialista 
L’incubo venezuelano, in verit√†, precede l’interesse da parte di Trump per il destino degli abitanti di Caracas. Un certo modello di socialismo sudamericano basato sullo sfruttamento delle commodity¬†estratte a basso prezzo all’interno di un paese e rivendute a caro prezzo ai paesi occidentali (in particolare il petrolio) sembra in crisi irriversibile, non solo in Venezuela. Ma la crisi che vediamo in questi giorni, scrive il giornalista di The Nation, Greg Grandin, ha le sue radici in un’epoca anteriore a Trump.

L’ex militare e presidente del Venezuela Hugo Ch√°vez, al potere dal 1998¬†fino alla sua morte nel 2013 non¬†aveva solo beneficiato da prezzi del greggio particolarmente alti, ma anche lavorato attivamente per farli aumentare, collaborando strettamente con un Opec che si trovava allo sbando dopo la fine della Guerra fredda. Il modello che il Venezuela ha tentato di mettere a frutto per ridurre la povert√† nel paese, basato tutto su quest’unica risorsa petrolifera da usare come tassa indiretta contro i paesi ricchi, ha funzionato solo nella prima parte del suo mandato, ma √® fallita miseramente dopo. Gli Stati Uniti, per tutta risposta, hanno aumentato la produzione di petrolio in casa propria, favorirono lo sviluppo dei biofuel e innescato la rivoluzione del fracking. I¬†limiti economici del Venezuela erano gi√† evidenti prima del crollo del prezzo del petrolio (avvenuto in concomitanza con il decesso di¬†Ch√°vez) ma quell’evento √® stata la pietra tombale sull’alternativa socialista.

Il secondo aspetto della crisi ha a che fare con la politica. Il golpe del 2009 in Honduras contro il presidente¬†Manuel Zelaya, scrive sempre Grandin, √® stato il primo importante passo¬†per capovolgere gli equilibri geopolitici nell’area, che era passata quasi tutta nelle mani di leader di sinistra populisti e antiamericani. C’era, soprattutto, la volont√† americana di contrastare l’alleanza tra il brasiliano Lula e¬†Ch√°vez, che a partire dal 2008 aveva anche ottenuto dei risultati evidenti: impedire un golpe di destra in Bolivia e scongiurare una guerra tra Ecuador e Colombia.

Il successo di questa strategia √® evidente oggi: mentre nel paese pi√Ļ ricco e popoloso dell’area, il Brasile, c’√® un governo (Bolsonaro) decisamente pro-business e pro-Trump, i pochi governi di sinistra sopravvissuti sono impantanati in un collasso economico e umanitario che √® davvero difficile da difendere.

La marea rosa
Se dovessimo fare una #10yearchallenge con la mappa politica dell’America Latina, la sinistra ne uscirebbe a dir poco acciaccata. Cos√¨ forte era l’ascesa di governi di progressisti nell’area, che qualcuno l’aveva chiamata marea rosa: rosa, non rossa, perch√© i partiti al potere nei vari paesi avevano diverse gradazioni di radicalismo. Se in Venezuela, un decennio fa, governava un vero populista come Ch√°vez, in Brasile c’era Lula, un ex sindacalista costretto a smorzare molte velleit√† rivoluzionarie; in Bolivia c’era e c’√® tuttora Evo Morales (che ha appena¬†favorito la cattura di Cesare Battisti), in Argentina,¬†la sinistra moderata di Cristina Fern√°ndez de Kirchner in Argentina; in Ecuador, i sovranisti di Rafael Correa; a Cuba, Fidel Castro era ancora vivo; in Uruguay, c’era il pauperista Jos√© Mujica.

L’obiettivo era di dare seguito e sviluppo all’Alleanza bolivariana per le Americhe, un progetto di cooperazione politica e commerciale promosso da Venezuela e Cuba nel 2004. E l’elezione di Barack Obama, nel 2008, sembrava poter favorire un ridimensionamento dell’impero americano a favore dei paesi-mito dei noglobal.

La realt√† √® che oggi l’America Latina √® ancora pi√Ļ filoamericana di quanto fosse trent’anni fa: nel 1989, tutti i paesi dell’Organizzazioni degli Stati Americani, tranne gli Stati Uniti, votarono contro l’invasione di Panama (che aveva molti tratti in comune con il tentativo di capovolgere il governo Maduro in Venezuela). Adesso,¬†a riconoscere¬†Guaid√≤ ci hanno pensato gi√† la¬†Colombia, il Brasile, l’Argentina, il Peru, il Paraguay, il Guatemala, la Costa Rica, l’Honduras e Panama. Tranne miracoli o colpi di scena, l’esperimento socialista finisce qui.


Fonte: WIRED.it

 
 
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