Tre anni dopo, cosa è rimasto del caso Giulio Regeni?

02 novembre 2020

Le ultime tracce del ricercatore friulano risalgono al 25 gennaio 2016. Tre anni dopo non c'è ancora una verità processuale

Alle 19.41 del 25 gennaio 2016 iniziava a morire Giulio Regeni, un ricercatore italiano di 28 anni volato al Cairo per svolgere una tesi di dottorato sui sindacati indipendenti egiziani, torturato per 9 giorni e infine abbandonato, privo di vita, ai margini di una superstrada che squarcia il deserto per collegare la capitale ad Alessandria. Da quel momento sono trascorsi 1095 giorni, in cui la famiglia Regeni non ha mai smesso di chiedere alle istituzioni verità e giustizia per quella fine atroce. Millenovantacinque giorni in cui la verità investigativa si è fatta via via più vicina, al contrario di quella giudiziaria.

Il sequestro
Il 25 gennaio non è una data come le altre, in Egitto. Si tratta del giorno in cui ricorre l’anniversario delle proteste di piazza Tahrir, la miccia che nel 2011 accese il fuoco della grande rivoluzione tradita. Era il turbolento Egitto di Hosni Mubarak, che sull’onda delle primavere arabe inondò le strade per chiedere riforme sociali. Finì per diventare, di lì a poco, l’Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi, autore di un colpo di stato militare operato dalle forze armate che fece ripiombare il paese nell’incubo del regime.

Ma il 25 gennaio 2011 è rimasto un simbolo, il monito di cosa può fare una piazza che riesce a incanalare il dissenso e trasformarlo in protesta. Al-Sisi lo sapeva bene – era lì mentre il trentennale governo di Mubarak si sgretolava sotto i suoi occhi – e sapeva che se voleva sopravvivere aveva bisogno di reprimere il dissenso. Del resto, i mezzi non gli mancavano, a partire proprio dall’apparato militare che ha permesso la sua ascesa al potere (e che rappresenta, ancora oggi, la garanzia della sua continuità). Anche perché l’opposizione interna era silenziosa ma potente e faceva capo all’altro uomo forte del Cairo, il ministro dell’Interno, Magdy Abdul Ghaffar, che poteva invece contare sulla potenza di fuoco della National Security, i servizi segreti civili, e su una vasta rete di delatori.

Questo è lo scenario in cui Giulio Regeni si trova catapultato l’8 settembre 2015, il giorno del suo arrivo in Egitto. Giulio ha già vissuto per qualche tempo nel paese arabo ed è tutto fuorché uno sprovveduto, ma l’Egitto è un posto decisamente troppo complesso per andare in giro a fare domande sui sindacati senza una solida rete di sicurezza alle spalle. La sua tutor di Cambridge, la professoressa Maha Abdelrhamann – che la procura di Roma ha potuto interrogare solo in seguito a una rogatoria internazionale – lo segue da lontano e lo affida alle cure dell’università americana del Cairo, ma non basta. Anzi.

Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni aveva appuntamento con l’amico Gennaro Gervasio. I due avrebbero dovuto incontrarsi in un caffè del centro del Cairo alle 20.30, ma a quell’appuntamento Giulio non è mai arrivato. Le sue ultime tracce sono impresse in un messaggio inviato alla fidanzata: “Sto uscendo”. Erano le 19.41.

Le indagini
Il cadavere di Giulio Regeni sarà ritrovato solo nove giorni più tardi, il 3 febbraio, ai margini della desert road che collega Il Cairo ad Alessandria. Le autorità egiziane sono sicure fin dal primo istante che si tratti dell’italiano, nonostante persino la madre, Paola Deffendi, dirà di aver riconosciuto Giulio “solo dalla punta del naso”. Accanto al corpo, una coperta: è quella in uso agli apparati militari. Ma questo si scoprirà molto più tardi.

Nel frattempo i media vicini al governo iniziano una martellante campagna diffamatoria nei confronti della vittima. Ne parleranno come di un tossicodipendente, come di uno spacciatore. Come di un agente dei servizi segreti. Gli organi investigativi egiziani interrogano le persone vicine al ricercatore soffermandosi su dettagli relativi alle sue inclinazioni sessuali. Archiviata l’ipotesi dell’incidente stradale, sostenuta nelle prime ore, la pista seguita dalla polizia egiziana è quella del delitto passionale.

Quando il cadavere atterra in Italia, però, appare subito chiaro che la vicenda è ben più complessa di così. L’autopsia rivela una verità disarmante: il corpo di Giulio riporta la frattura di un polso, delle scapole, dell’omero destro, delle dita delle mani e di quelle dei piedi, dei peroni e la rottura di numerosi denti. Un’inchiesta di Repubblica firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini mette nero su bianco che: “La cute era segnata da tagli e bruciature. E chi si era accanito su quel ragazzo lo aveva segnato come si fa con le bestie, come nell’orrore nazista, incidendo lettere dell’alfabeto sul dorso, all’altezza dell’occhio destro, a lato del sopracciglio. Sulla mano sinistra e sulla fronte”.

Ma nessuna di queste violenze è quella letale. Giulio Regeni morirà solo dieci ore prima del ritrovamento, stroncato da una singola torsione delle vertebre cervicali, al termine di un calvario durato nove giorni. Una tortura fredda, cinica. Opera di un professionista. L’identikit è quello di un assassino con alle spalle un addestramento militare o paramilitare, ed è in quella direzione che si concentrano le indagini italiane. In più, gli apparati egiziani fanno davvero poco per dissimulare e, nonostante avessero annunciato piena collaborazione, intralciano attivamente le indagini rifiutandosi di fornire i tabulati telefonici e le immagini delle telecamere di sorveglianza della stazione della metropolitana dove Giulio era verosimilmente scomparso.

La svolta
Il 24 marzo 2016, però, arriva una svolta cruciale. Il ministro dell’Interno annuncia su Facebook che l’omicidio di Giulio Regeni ha finalmente dei colpevoli. Si tratta di una banda di malviventi, cinque uomini nella cui base operativa sono stati trovati gli effetti personali di Giulio: il passaporto, il suo badge universitario, bancomat, portafoglio e occhiali da sole. E una pallina d’hashish. Nessuno di loro potrà tuttavia rispondere delle accuse: i banditi sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia egiziana. La versione fa acqua da tutte le parti e non regge che pochi giorni. Dall’analisi delle celle agganciate dal suo telefono, si scopre che Tarek Saad Abde El Fattah Ismail, il capo della banda, quel 25 gennaio si trovava a 100 chilometri dal luogo della scomparsa di Giulio.

È l’ultima goccia. Il tentativo di depistaggio è evidente e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni richiama in Italia l’ambasciatore Maurizio Massari. La stretta diplomatica porta i suoi frutti e così la procura generale del Cairo svela l’esistenza del verbale di un interrogatorio in cui Mohammed Abdallah, un ex giornalista di gossip asceso a capo del sindacato autonomo degli ambulanti, confessa di aver denunciato Giulio Regeni alla polizia.

L’uomo, con cui Giulio era entrato in contatto grazie all’università americana del Cairo, era la fonte privilegiata del ricercatore in Egitto, tanto da incontrarlo ben sette volte in poco più di due mesi. In una di queste occasioni, il 19 dicembre 2015, Regeni fa riferimento alla possibilità di ottenere un finanziamento di 10mila sterline destinato ai paesi in via di sviluppo. Constatata l’impossibilità di intascare personalmente parte di quella cifra, Abdallah vende Giulio al regime: tra il 5 e il 6 gennaio, durante il loro ultimo incontro, indosserà una microcamera nascosta fornita dalla National Security e proverà a tendergli una trappola. “Hai intenzione di organizzare manifestazioni per il 25 gennaio?” chiede il sindacalista. Giulio non dà seguito alla provocazione.

I recenti sviluppi
Nell’ultimo anno i passi avanti sono stati centellinati, ma grazie al lavoro delle associazioni e della famiglia l’attenzione sul caso è sempre rimasta molto alta. Dopo anni di tira e molla, il 29 maggio 2018 la procura generale egiziana ha finalmente deciso di condividere con gli inquirenti italiani i filmati registrati dalle telecamere di sorveglianza della metropolitana il 25 gennaio 2016. Si tratta però appena del 5% della registrazione totale di quella notte, non più di 10 secondi di video in cui Giulio Regeni non compare. L’ultimo sviluppo risale al 4 dicembre scorso, il giorno in cui la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati 5 ufficiali della National Security, in seguito alle indagini di Ros e Sco. Si tratta degli uomini che, secondo il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il suo sostituto Sergio Colaiocco, avrebbero tenuto sotto osservazione Regeni dopo la denuncia di Abdallah, e dei responsabili del tentato depistaggio che ha portato all’uccisione di 5 persone. Ad oggi, 1095 giorni dopo il sequestro, nessuna verità processuale è stata appurata.

Dove si sono arenate le indagini
Molte domande rimangono ancora senza risposta. Una delle questioni ancora inevase riguarda il breve intervallo del 26 gennaio, il giorno successivo al sequestro, in cui il cellulare di Giulio Regeni risulta essere stato acceso per pochi minuti, dopo che gli ultimi segnali erano stati registrati alle 19.50 della sera precedente.

Un altro punto da chiarire è collegato alle indagini della National Security su Giulio. Oggi sappiamo che furono avviate a inizio dicembre, in seguito ai primi contatti con Abdallah e che coinvolsero anche il coinquilino egiziano di Regeni, Mohamed Khaled Atwa Al Sayed, un giovane avvocato a cui fu chiesto di perquisire la stanza del ricercatore, durante le festività natalizie. Ma sappiamo anche che le indagini si chiusero alla fine dello stesso mese, sollevando Giulio da ogni accusa. Per quale motivo, allora, a inizio gennaio i servizi segreti fornirono la microcamera al sindacalista? E perché in seguito a quell’incontro, di cui è disponibile la registrazione, fu presa la decisione di procedere al sequestro?

Un alone di mistero avvolge anche la coperta trovata accanto al cadavere di Giulio Regeni. È di una tipologia in uso all’apparato militare egiziano, fedele ad al-Sisi, il che lascia aperta la strada ad un primo tentativo di depistaggio. O persino, come emerso da alcune ricostruzioni giornalistiche, a una resa dei conti interna al regime.

Il vero buco nel materiale investigativo, però, sta tutto nel filmato delle telecamere della metropolitana, lo scenario della sparizione di Giulio Regeni. La resistenza delle autorità egiziane fa pensare che in quelle immagini possa esserci il vero punto di svolta dell’inchiesta, quello in grado di mettere la parola fine su una travagliata vicenda che da tre anni aspetta solo la verità.


Fonte: WIRED.it

 
 
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