Quanto ci interessa veramente conoscere la verità su Regeni?

29 ottobre 2020

Tre anni fa un cittadino italiano veniva torturato e ucciso in un paese straniero. Il nostro senso della giustizia e della democrazia tra logiche economiche e frasi come "se l'è andata a cercare"

Sono già passati tre anni da quel maledetto 25 gennaio 2016, giorno in cui si persero le tracce di Giulio Regeni. Il dottorando friulano si trovava al Cairo per svolgere una ricerca sui sindacati locali, giudicata scomoda dalle autorità di un paese che in quel momento viveva in uno stato di totale paranoia. Il suo corpo, martoriato dai segni della tortura, venne ritrovato il 3 febbraio successivo sul ciglio della strada per Alessandria d’Egitto.

La morte di Giulio Regeni è una di quelle ferite che l’Italia si porterà sulla pelle per sempre. Nelle piazze, nelle scuole, nelle case e anche su internet, un misto di indignazione e solidarietà è stato espresso da milioni di persone, in quella che è stata una vera e propria mobilitazione collettiva perché si facesse chiarezza su quanto accaduto. In effetti, questi tre anni si sono contraddistinti per i depistaggi, i silenzi, le intimidazioni e i teatrini istituzionali. A mancare, ancora oggi, è la verità.

Prima una messinscena del governo di Al Sisi, con l’uccisione di cinque persone presentate come rapinatori coinvolti nella morte di Regeni, poi gli arresti e le intimidazioni contro i consulenti legali impegnati a fare luce sulla vicenda, infine la scoperta del coinvolgimento nell’omicidio dei servizi segreti. L’Egitto da tre anni fa di tutto per coprire la sua violenza di Stato, di cui Giulio Regeni è solo la punta dell’iceberg. Ogni giorno scompaiono infatti due persone, in un paese dove le libertà di manifestazione e di espressione non esistono per legge e dove tra il 2014 e il 2016 sono stati uccisi oltre 1400 oppositori del regime.

Davanti a questa situazione, ci si sarebbe aspettato una presa di posizione netta da parte delle istituzioni italiane. E invece, tra ambasciatori richiamati in Italia e poi rispediti in Egitto senza che nulla fosse cambiato, il ritiro solo provvisorio della vendita degli F-16 e dichiarazioni di amicizia a quello che in fin dei conti è il primo responsabile della morte di Regeni – il presidente Al Sisi – i diversi governi italiani che si sono succeduti in questi anni hanno mancato ulteriormente di rispetto al ragazzo e alla sua famiglia, ma più in generale a tutto il paese. Troppo alta la posta economica in ballo.

Il problema, oggi come ieri, è che la vita di una persona continua a contare meno delle logiche economiche. E questo è molto grave. In questi tre anni l’interscambio commerciale tra Italia e Egitto è addirittura aumentato, e tra accordi petroliferi e compravendita di altri prodotti, è emerso che abbiamo continuato a vendere armi al regime di Al Sisi anche dopo l’omicidio di Regeni. La scorsa estate, il ministro dell’interno Matteo Salvini ha detto: “Comprendo bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”. L’idea che la verità su Regeni debba essere un’operazione a costo zero, senza che vi siano ripercussioni sulle relazioni diplomatiche e quindi economiche tra i due paesi, è vergognosa.

Dimostrandosi incapace di rinunciare a qualcosa affinché si possa avere giustizia, l’Italia perde totalmente di credibilità davanti all’Egitto. Il fatto che quest’ultimo prosegua nei suoi giochini di silenzi, intimidazioni e coperture ne è una diretta conseguenza. Ma con il suo atteggiamento, il governo italiano perde anche di credibilità di fronte ai propri cittadini. Nell’era in cui si parla tanto di sovranismo e si beatifica il concetto di Stato-nazione, ci si dimentica che il primo compito dello Stato è proprio quello di proteggere i suoi cittadini. Con Giulio Regeni questo non è stato fatto, soprattutto nei tre anni successivi alla sua morte.

A mancare è una protezione postuma, che passi dalla richiesta di giustizia e da un’operazione verità che superi nelle priorità gli interessi economici. Infine, l’Italia perde anche di credibilità nell’ambito della comunità internazionale. Piegandosi a uno Stato caratterizzato dalla violazione massiva dei diritti umani, dimostra la sua incapacità a farsi portatore dei valori della democrazia.

Quella di Giulio Regeni non è unicamente la storia di un ragazzo brutalmente ucciso in un paese straniero. Al contrario, è anche e soprattutto una questione politica. La storia di Regeni ci parla di tortura, di libertà d’informazione, di diritti dei lavoratori, di diplomazia, ma anche di migrazioni. Ci parla delle persecuzioni che caratterizzano un paese da cui molta gente scappa, ma anche della cecità delle istituzioni occidentali davanti a tutto questo. Ignorare tali aspetti non è accettabile per un paese che si definisce democratico, quale è l’Italia.

Oggi altri ragazzi italiani stanno vivendo ore difficili altrove, e ancora una volta manca quella mobilitazione istituzionale che ci si aspetterebbe. È il caso della cooperante Silvia Romano, rapita in Kenya il 20 novembre scorso, o di Luca Tacchetto, rapito il 15 dicembre in Burkina Faso dove lavorava con una ong ambientale. Anche qui, il silenzio sembra avere la meglio sul dovere di protezione.

In un paese come l’Italia dove le relazioni commerciali valgono più della verità, dove il dibattito pubblico si riduce sempre più al “se l’è andata a cercare”, dove su uno dei principali giornali nazionali si parla di “smanie di altruismo” a proposito di chi si trasferisce nei paesi in via di sviluppo e dove, infine, si dà una vetrina calcistica internazionale a uno stato come l’Arabia Saudita che massacra i suoi giornalisti, il fatto che a oggi non sia ancora stata fatta piena luce sulla vicenda di Giulio Regeni non stupisce, ma certamente preoccupa.


Fonte: WIRED.it

 
 
 Possiamo aiutarti?