Rebecca Sugar a Lucca Comics & Games: “Steven Universe ha ricordato a molti ragazzi di non essere soli”

07 marzo 2020

In Italia per presentare il film musical tratto dalla sua serie che ha infranto record e stereotipi, Rebecca Sugar ricorda come l'animazione sia un mezzo potente per parlare a tutti

Nel novero degli ospiti più attesi di Lucca Comics & Games 2019 c’è sicuramente Rebecca Sugar. Fra gli artisti dell’animazione più apprezzati degli ultimi anni, ha raggiunto la fama lavorando a una serie già culto come Adventure Time, ma soprattutto per aver creato Steven Universe, la serie animata di Cartoon Network che ha infranto numerosi record ma soprattutto numerosi stereotipi, con un riconoscimento critico e di pubblico senza precedenti.

La storia si concentra su un ragazzino che vive assieme a un gruppo di gemme antropomorfe, le Crystal Gems, che devono combattere per difendere la Terra contro i temibili Diamanti, riuscendo nell’epilogo, dopo cinque stagioni, a riconciliarsi con loro. L’armonia non è però destinata a durare e infatti ora questi personaggi tornano in una nuova avventura, Steven Universe: The Movie, lungometraggio musical che Sugar presenta in anteprima il 2 novembre alla manifestazione lucchese e che andrà prossimamente in onda sempre su Cartoon Network. In questa intervista ci racconta di più di questo nuovo progetto ma anche del suo mondo creativo in generale.

Come mai un film da Steven Universe e soprattutto perché l’idea di farne un musical?

“Amo i musical, sono fan soprattutto di quelli di una volta, ho sempre voluto farne uno. Quando abbiamo realizzato l’episodio musical Mr Greg [nella terza stagione, ndr] è stato un grande sogno che si realizzava, il sogno successivo era quello di realizzare un lungometraggio musicale: quando ho capito che probabilmente avremmo fatto un film dalla serie ho iniziato a studiare tantissimi musical, guardando quelli che non avevo mai visto e anche film tratti da serie tv, perché volevo capire cosa davvero funzionasse”.

Rebecca Sugar al Lucca Comics and Games 2019 (foto: Paolo Armelli)

Nella serie ma anche nel film Steven insiste sul fatto che bisogna lasciare che tutti siano quello che vogliono essere: quanto è importante questo messaggio?

“L’importante penso sia non solo lottare per essere ciò che si è, ma anche e soprattutto accettare sé stessi. Nel film in particolare il nemico che devono affrontare, Spinel, è una persona che non accetta chi è e cosa prova, si fa una colpa di ciò che è successo, considerandosi non all’altezza. Ciò diventa una parte fondamentale del suo essere villain. I protagonisti, invece, hanno fatto un percorso per accettare sé stessi e andare avanti, soprattutto grazie ai rapporti umani che hanno sostenuto il loro essere sé stessi. Questo Spinel non l’ha mai avuto e così vediamo quanto possa ferire non avere qualcuno attorno che ti sostiene”.

All’inizio del film però Steven vorrebbe che le cose rimanessero sempre come sono, ora che hanno raggiunto una specie di lieto fine nella serie, e invece cambiano repentinamente: non si può sfuggire all’evoluzione delle cose?

“Nella vita non c’è mai un momento in cui smettono di esserci difficoltà o sfide, non sai mai cosa succederà. Decidere che le cose sono così e non cambieranno mai può metterci in una posizione di grande fragilità, il presente non sarà mai identico a sé stesso. È più facile invece andare avanti e accettare il futuro con l’idea che ci saranno sempre degli ostacoli: bisogna affrontarli e magari anche con entusiasmo”.

Anche il mondo dell’animazione in questi ultimi anni è cambiato molto. Hai lavorato anche a Adventure Time, che è un altro esempio di come prodotti tradizionalmente rivolti ai più piccoli parlino molto anche agli adulti.

“In realtà l’animazione in origine non era rivolta esclusivamente ai bambini, capisco che possa sembrare un’evoluzione ma a me pare più un ritorno alla tradizione. I primi Looney Tunes e i primi lavori animati erano mostrati nelle sale, spesso se si vedono alcuni film dell’epoca capisci che erano impegnativi, c’erano traumi e cose del genere. I primissimi cartoni come The Sinking of the Lusitania o The Adventures of Prince Achmed [del 1918 e 1926, ndr] non erano affatto per i piccoli, quindi davvero è un ritorno alle origini. Infatti quello che mi affascina dell’animazione è che è sempre stata e può essere sempre qualcosa che parla a tutti”.

Nella serie e nel film il tuo impegno è sempre stato quello di inserire nelle tue storie diversi personaggi non-binari e della comunità Lgbt+: è stato difficile passare questo messaggio in cartoni che sono in ogni caso veicolati primariamente per i più piccoli?

“È stato estremamente difficile, ma è qualcosa a cui io e il mio staff teniamo veramente molto ed è valsa la pena lottare per ottenerlo: siamo molto orgogliosi di quello che siamo riusciti a raggiungere. Non credo che ci sia alcuna ragione per escludere questi temi in programmi per bambini. Includere personaggi rappresentativi della comunità Lgbt+ è un modo per parlare direttamente ai bambini che si possono relazionare a queste cose, un modo per dire che sappiamo che esistono, un messaggio che io non ho ricevuto quando ero giovane. E se l’avessi saputo penso che la mia crescita sarebbe stata molto più sana”.

Steven Universe è anche la prima serie animata di Cartoon Network creata esclusivamente da una donna: com’è il mondo dell’animazione per le donne?

“Una delle più grandi difficoltà non è solo riuscire a lavorare venendo da comunità messe al margine, come le donne o le persone di colore, ma anche il fatto che spesso i contenuti creati non ricevono la fiducia dei manager o degli investitori perché il punto di vista è sempre stato da decenni uno solo, quello del maschio bianco. Quindi si preoccupano se vedono contenuti originali o con punti di vista differenti, e dato che questo è un settore estremamente commerciale per loro non ci sono prove sufficienti per garantirne il successo. È dunque cruciale per me che ci siano sempre più rappresentanti delle minoranze non solo a livello di creatori ma anche a quello manageriale: io ho avuto la fortuna di lavorare con persone fantastiche come Nicole Rivera e Conrad Montgomery [una donna e un afroamericano, ndr] che hanno compreso il mio team di lavoro come pochi altri avrebbero saputo fare e questo dovrebbe succedere in ogni studios”.

Per chiudere ci puoi dire qualcosa del prossimo progetto, Steven Universe Future, la miniserie conclusiva che uscirà dopo il film?

“Provo molta emozione: è una storia che poteva essere raccontata solo dopo gli eventi della serie e dopo l’uscita del film. È importante perché per me e il mio team questo è un messaggio che non avremmo potuto dare prima di questo momento, non vedo l’ora che esca e che tutti possano vederlo”.


Fonte: WIRED.it

 
 


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