Viadotto Torino-Savona, chi ha le colpe dell’Italia che crolla?

07 febbraio 2020

Crepe, infiltrazioni e difetti strutturali. Le opere pubbliche cadono perché realizzate male. Ma il problema più grande si chiama "tangente". E oggi i soggetti coinvolti sono così tanti che non si riesce a trovare un responsabile

E così si aggiunge un altro indizio alla complessa indagine virtuale che riguarda le nostre infrastrutture. Virtuale perché nessuno può, riesce o vuole realizzarne una vera. Ammetto, da consulente di tante Procure, che non sia una cosa facile da realizzare. I lavori pubblici, che come tali dovrebbero essere trasparenti, sono invece spesso delle scatole cinesi con suddivisioni delle responsabilità che alla fine non è mai perfettamente chiaro a chi dare la colpa quando si verificano certi eventi. Davanti alla prospettiva che paghino in tanti si preferisce stendere un velo e non far pagare nessuno. Spesso in aiuto viene Giove Pluvio, che involontariamente si assume le colpe.

(Photo by MARCO BERTORELLO/AFP via Getty Images)

L’ultima opera, in ordine di tempo, è un viadotto sulla Torino Savona. Fortunatamente, pare, senza vittime. In questo caso non si deve parlare di cedimento strutturale come in altri casi noti alle cronache. Le cause sono da ascriversi ad una frana che, staccatasi a monte, ha travolto le pile d’appoggio dell’opera, trascinandone una parte verso valle. Discorso diverso fu quando, nell’ottobre 2016, è collassato un cavalcavia sulla provinciale 49 Molteno – Oggiono al passaggio di un Tir sopra la superstrada Milano – Lecco. In quel caso morì un uomo e si contarono 4 feriti. Oppure quando nel marzo 2017, un ponte vicino ad Ancona, nel tratto marchigiano dell’autostrada A14 Adriatica, cadde improvvisamente. Una coppia di coniugi rimase uccisa e altre due persone se la cavarono con qualche ferita. E un ponte in Calabria, il Fiumara Allaro, è caduto nel gennaio 2017, fortunatamente senza vittime. Così come è andata bene quando un viadotto della tangenziale di Fossano, in provincia di Cuneo, inaugurato nel 2000, è caduto sopra una vettura dei Carabinieri nell’aprile 2017. Solo per un caso non si sono contati morti. E tutti noi abbiamo scolpito in modo indelebile la tragedia di Genova dell’agosto 2018, con la caduta improvvisa del Ponte Morandi. Le vittime furono 43. In dieci anni sono 10 i ponti caduti “spontaneamente”.

(Foto: ANDREA LEONI/AFP/Getty Images)

Non si dovrebbe fare di tutta l’erba un fascio. Le statistiche sono sempre discutibili quando si utilizzano con pochi elementi a disposizione. Ma quando si contano, non solo i viadotti che destano particolare attenzione, ma in genere tutte le opere pubbliche che, pur senza crolli, manifestano crepe, infiltrazioni o altri difetti strutturali, non resta che trarre una desolante conclusione che sfiora l’ovvio: i lavori pubblici sono stati troppo spesso realizzati male. Una ovvietà mai abbastanza denunciata. In aiuto al “malaffare” c’è una certa eterogeneità di cause. Nell’ultimo caso, quello della Torino – Savona, “qualcuno” ha ignorato che il viadotto veniva costruito su una frana. In altri casi “qualcuno” ha risparmiato sui ferri di armatura del cemento armato. In altri, magari “qualcuno” ha usato sabbia di mare anziché di fiume e quindi con il sale che corrode l’acciaio. In altri casi il calcestruzzo è stato vibrato troppo poco. In altri ancora le palificazioni sotto le fondazioni non erano adeguate in lunghezza e dimensioni. O come nel caso del Ponte Morandi di Genova, il viadotto è stato costruito sulle basi di un progetto bislacco che non consentiva nemmeno tutti i giusti controlli.

Qualunque sia il motivo c’è un denominatore comune da ricercare nei decenni che hanno preceduto le rovinose cadute: le tangenti. Per poter garantire la bustarella a tutti, i primi anelli della catena del malaffare, ossia tante imprese di costruzioni, hanno dovuto, per forza, ridurre la qualità dell’opera. Una volta c’era solo il Direttore Lavori che aveva le responsabilità sulla corretta esecuzione. Oggi le colpe sono, come detto, ripartite in modo tale da rendere difficile puntare un dito accusatorio. Alla base ci sarebbero tante imprese da inquisire che però, guardando agli anni d’oro delle infrastrutture italiche, sono orami fallite da tempo. Spesso fallite “ad arte”.
Cosa resta da fare quindi per arginare questa “conto” da pagare per i decenni di malaffare? Un’unica soluzione: costituire un Consiglio Nazionale di tecnici che abbia il compito di censire e verificare tutte le opere che possono costituire un pericolo per l’incolumità dei cittadini.

I membri di tale Istituzione dovrebbero essere strapagati, in modo di essere immuni alle lusinghe dello sventolare di banconote promesse in cambio della “chiusura di un occhio”. Strapagati per essere coraggiosi tanto da assumersi la responsabilità di chiudere eventualmente una strada o un’autostrada quando si ravvisano pericoli imminenti. Ovviamente verranno strapagati da noi italiani. Ma tanto i conti dei danni, quando cascano le opere malfatte li paghiamo lo stesso noi, quindi, almeno cerchiamo di pagarli per una reale opera di prevenzione.


Fonte: WIRED.it

 
 


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