I guai del Festival di Cannes: troppa pioggia e pochi cani attori

20 maggio 2019

Cannes, abbiamo un problema. Anzi, due. Per carità: niente da eccepire sul programma, che fra Almodovar, Malick più Tarantino e Dolan prossimi venturi sta portando i cinéphiles a uno stato di estasi simile a quello del bambino goloso cui in pasticceria dicono: mangia pure tutto quello che vuoi. È carino perfino il consueto zainetto per i giornalisti, decisamente più chic di quello dell’anno scorso (anche perché farlo più brutto era una missione impossibile).

No, il vero guaio non è colpa di nessuno ma sta rovinando il Festival a tutti: piove. Ora, è vero che c’è di peggio, come avrebbe detto Napoleone da Mosca. Ma Cannes è un Festival da bel tempo, esattamente come quello di Berlino è concepito per il freddo. Le proiezioni si svolgono al chiuso, certo. Le code per entrarci, però, sono all’aperto. Quindi altro che Costa Azzurra e joie de vivre. Le lunghe file di gente che mugugna in tutte le lingue sotto l’impermeabile ricordano quelle davanti ai negozi della fu Unione Sovietica quando finalmente arrivano la carta igienica o il sapone. E quando si aprono i cancelli e l’orda mediatica si avvia spintonando a fare quei metri di scalinate per entrare, il controllore sadico ordina seccamente di chiudere gli ombrelli. Quando alla buonora entri in sala sembri sempre Gene Kelly in «Singing in the Rain», ma non lo fai esattamente cantando. Comunque non c’è nulla da fare. Le previsioni sono crudeli: pioverà o piovigginerà tutta la settimana, così decretano gli dei nella loro insindacabile cattiveria. E ci ricordano che, da un anno all’altro, dal #metoo alla meteo, qualche sciagura è inevitabile.

Quanto al secondo problema, è stato denunciato da un pensoso editoriale dell’«Hollywood Reporter»: la «Palm Dog» è in pericolo perché in questo Cannes scarseggiano in cani attori. Per carità: gli attori cani sono invece moltissimi, benché ci siano pochi film italiani che di solito abbassano considerevolmente il livello medio della recitazione. No: al Festival scarseggiano proprio i film con i cani, intesi come quadrupedi pelosi. Il fondatore della Palma loro dedicata, Toby Rose, si sfoga: «Al solito, i cani danno il meglio, ma forse sono offerti loro meno ruoli chiave che l’anno scorso». Per trovare il cane star, non resta che sperare nel solito cinese o coreano: beninteso per dargli una parte da protagonista, non nel menu.



 
 


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