“Bangla”, a Torpignattara integrazione fa rima con amore

10 maggio 2019

Bangla, il primo film di Phaim Bhuiyan, prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci e da TimVision, al cinema dal 16 maggio, è una delizia. È una commedia semplice, lineare, che racconta la storia di un lui e di una lei, di due italiani, di due ragazzi. Phaim ha ventidue anni, è musulmano, è d’origini bengalesi; lavora in una galleria d’arte come sicurezza, vive con i suoi genitori e sua sorella, e sogna d’innamorarsi. Asia (Carlotta Antonelli), invece, è più impulsiva, sincera. Si incontrano per caso, durante un concerto. E cominciano a frequentarsi.

Lei cerca lui, e non viceversa. Primo cliché abbattuto. Phaim ha dei dubbi: i suoi genitori sono fedeli alle tradizioni, e non sa come vedrebbero il suo rapporto con Asia, che è “romana de Roma”. I suoi amici, anche loro di origini bengalesi, nati e cresciuti a Torpignattara, lo capiscono e, a modo loro, lo sostengono. Ma la forza di Bangla sta nel gioco tra opposti, nell’ironia sottile, quasi cinica, del protagonista (un po’, forzando il paragone, à la Aziz Ansari).

Le battute vengono recitate quasi apaticamente, a tratti con sofferenza, dando al personaggio di Phaim una consistenza precisa, chiara, assurdamente simpatica. I bengalesi a Roma e però non romani, sempre stranieri, sempre guardati male, non accettati (anche, va detto, per loro scelta). Le tradizioni che non uniscono ma che, a volte, separano. Phaim, quando ha bisogno di confessarsi, va da un amico, uno spacciatore silenzioso interpretato da Simone Liberati, o alla moschea. E vedere una moschea in una commedia sentimentale, per ragazzi, con lo sfondo di una Roma popolare e rumorosa, con piazza Vittorio illuminata dai neon, sa di rivoluzione. Secondo cliché abbattuto.

Bangla è un film sul presente, non sul futuro. È una commedia che funziona, che trova nel suo cast un elemento fondamentale, che in Carlotta Antonelli, che interpreta Asia, trova la giusta controparte per Phaim. Ci sono i genitori di lui, e c’è il papà di lei, alternativo, giovane, interpretato da un bravissimo Pietro Sermonti. La trama, chiaramente, vive di tracce autobiografiche, ed è bella anche per questo.

Non c’è nessuna presunzione, nessuna pesantezza narrativa. Bhuiyan racconta una storia, e punta unicamente a quello; tutto il resto, come gli accenni politici («siamo in un paese in cui non si riesce a fare una legge per cui uno che è nato in Italia è italiano», si lamenta il papà di Asia) e la religione, giacciono quasi sullo sfondo: presenti ma, allo stesso tempo, in un certo senso, accessori.

Bangla celebra la normalità dell’amore e dell’innamorarsi, ed è un film divertente per il modo in cui le parti, i momenti, vengono uniti e messi gli uni contro gli altri: lui che suona in una band, ma che fa solo brani tradizionali; lei che sembra più forte, più estroversa, e invece ha bisogno, come tutti, di certezze; le due famiglie che, per quanto diverse, s’assomigliano, con gli stessi problemi e la stessa confusa quotidianità. E poi Bangla racconta Roma, quella delle nuove generazioni, quella viva, pulsante, quella che non si ferma al colore della pelle. È un film che fa piacere vedere, che intrattiene, arricchito dalla sceneggiatura firmata da Vanessa Picciarelli e dallo stesso Bhuiyan.

Piace l’ironia politicamente scorretta, piace la capacità di Phaim di stare al centro della scena senza però esserlo veramente. E piacciono anche gli errori, le piccole sfumature, che rendono questa opera prima un esperimento interessante, a suo modo coraggioso, merito di due produzioni (e di una distribuzione) illuminate e consapevoli dell’importanza di lasciare che siano i giovani, senza cadere nei luoghi comuni, a raccontare i giovani.

Fa ridere, Bangla. E fa ridere sinceramente, di cuore, senza nessun compromesso. C’è tutto quello che siamo oggi, in questo film. E c’è tutto quello che, insieme, potremmo essere. Che delizia, davvero.



 
 


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