“Il Grande Spirito”, il western di Rubini contro il mostro dell’Ilva di Taranto

04 maggio 2019

In epoca di rampante cattivismo, Sergo Rubini mette al centro del suo nuovo film «Il Grande Spirito», la figura di un uomo solo e visionario, convinto di essere un capo indiano e di poter vivere, in un mondo dominato da leggi di violenza e brutalità, secondo le regole pacifiche dei nativi a suo tempo sterminati dagli yankee: «L’ho immaginato come un portatore di saggezza, anche se dice di appartenere alla tribù dei Sioux e di conoscere le volontà del Grande Spirito». Il film, presentato in anteprima al Bif&st e dal 9 in 200 sale con 01 Distribution, descrive l’intreccio fortuito tra le esistenze di due personaggi che più diversi non potevano essere. Da una parte l’innocuo Cervo Nero (Rocco Papaleo) che in realtà si chiama Renato, dall’altra il delinquente Tonino (Sergio Rubini), detto Barboncino, reduce da un colpo grosso con cui spera di riscattare il suo destino di gregario, vilipeso dai compagni di rapine: «Tonino è una specie di topastro di fogna, un criminale di quarta categoria. L’avvicinarsi tra i due produce un processo di osmosi, sono convinto che gli incontri possano salvare le vite».

ANSA

L’accampamento dove Cervo Nero ha trovato rifugio è situato in cima ai tetti di Taranto, davanti a quelle ciminiere da cui spunta perenne fumo nero, sotto un cielo che regala, a tratti, sprazzi di luce inaudita: «La tragedia degli indiani d’America - osserva Rubini - ricorda un po’ quella che hanno vissuto gli abitanti di Taranto. Nelle riserve arrivarono uomini con armi da fuoco, decisi a sterminarli. A Taranto, invece, hanno portato un mostro di ferro, e la gente ha iniziato a morire». Non a caso, prosegue il regista e attore, «ho mandato al governatore di Puglia Michele Emiliano un video che mostra, in sintesi, il senso di questo film, mettendolo in relazione al problema dell’Ilva. Un problema non da poco, visto che a Taranto c’è la più alta percentuale italiana di morti per tumore. Ora aspetto una sua risposta, martedì proietteremo il film a Taranto». Eppure le somiglianze con la realtà non finiscono qui. Il personaggio che Papaleo racconta di aver interpretato con particolare entusiasmo ricorda in qualche modo la tragedia di Manduria. Un uomo abbandonato al suo destino, esposto a ferocia e indifferenza: «In fondo - dice Rubini - Cervo Nero non è poi così dissimile da Antonio Cosimo Stano. La mia è una storia cristologica dove si racconta il destino di un agnello sacrificale».

«Il Grande Spirito» segna anche il connubio tra due autori del Sud che hanno trovato un terreno fertile di collaborazione: «In un primo tempo - racconta Rubini - avevo pensato di interpretare io Cervo Nero, poi, un giorno, chiacchierando con Rocco, ho capito che invece doveva farlo lui. Con gli attori sono molto presente, penso che sia necessario avere cautela, cerco sempre di entrare nel loro mondo e di tirargli fuori l’anima. Senza di loro le storie non si possono raccontare». Poco amante dei social («oggi contano solo i like, manca, invece, la vera individualità»), Rubini si lascia scappare che il prossimo impegno da attore sarà nel secondo capitolo dei «Moschettieri del Re» di Giovanni Veronesi, quello dove è stato un curioso Aramis, accanto all’altrettanto bizzarro Athos, affidato a Papaleo: «Mi è piaciuto - dice quest’ultimo parlando del «Grande Spirito» - abbandonarmi a un progetto che mi ha subito catturato. Abbiamo girato su una terrazza, in una dimensione rarefatta, anche per via dell’altezza, mi sono lasciato andare, Sergio è un grande ammaliatore».



 
 


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