Max Richter, un innovatore alla Scala: “Il silenzio è difficile da battere”

08 aprile 2019

«Gli esseri umani sono fatti per raccontare storie, con musica, film, letteratura», riflette Max Richter. Parla di Three Worlds: Music from Woolf Works, colonna sonora del balletto di Wayne McGregor che sarà alla Scala di Milano dal 7 al 20 aprile con protagonista Alessandra Ferri. Disco e balletto sono divisi in tre parti, ispirate ad altrettante opere di Virginia Woolf: Mrs. Dalloway, Orlando e Le Onde. Ci sono archi sontuosi e suoni elettronici, le note del Big Ben e la voce della scrittrice in una registrazione del 1937. «Se leggo la Woolf, Kafka (cui è ispirato The Blue Notebooks, ndr.) o altri scrittori, scopro come hanno attraversato la vita, che cosa li faceva alzare al mattino. Ed è una domanda che ci poniamo tutti”. Tedesco di nascita, britannico per cultura e formazione, Richter a 53 anni ha una discografia già sterminata, anche se gli album ufficiali pubblicati o ristampati da Deutsche Grammophon sono nove. Il resto sono altri balletti e colonne sonore di film e serie tv, da Shutter Island a Black Mirror, fino a L’amica Geniale («Una storia meravigliosa, portata sullo schermo in maniera fantastica»).

Cosa cerca nella musica?
«Un universo di suoni che mi faccia sentire a casa. È una delle cose che la cultura e la creatività possono fare: provocare, fare domande, ma anche trasportarti in un posto che riconosci come tuo».

Uno dei suoi album è una “ricomposizione” delle Quattro Stagioni di Vivaldi. Ce n’era davvero bisogno?
“È una scelta nata dalla mia esperienza della sua musica. Da piccolo ho ascoltato Vivaldi e me ne sono innamorato, ma crescendo l’ho sentito ovunque, in tutti i modi e in versioni pessime, anche nelle musichette di attesa del telefono. E ho pensato: devo fare qualcosa, perché ora la odio, ma so che è fantastica. Quindi ho provato a riscoprirla, in una sorta di viaggio nel paesaggio bellissimo di Vivaldi, cercando di rimanere fedele se non alla lettera, allo spirito. Mi hanno chiesto di ricomporre Mozart, Brahms e altri, ma non lo farò, perché non mi è successo lo stesso con la loro musica».

Lei è l’esponente più noto della scena “neoclassica”, compositori giovani che si ispirano alla musica colta, ma non disegnano elettronica e pop. Da Olafur Arnalds a Joep Beving, da Nils Frahm a Peter Broderick: si sente parte di un movimento?
«Quando ho scritto Memory House, nel 2002, non c’era davvero un nome per questa cosa. Comporre è inventare, e io ho inventato qualcosa per me stesso, per comunicare qualcosa di cui volevo parlare. Ora ci sono molti artisti che si esprimono in questo modo, forse c’è una scena, ma non sento veramente di esserne parte. Scrivo la musica che amo».

Ha studiato con Luciano Berio a Firenze. Non pensa che ora la sua figura sia un po’ messa da parte?
«Per me è un protagonista dell’avanguardia del secondo dopoguerra. La sua opera rimane incredibile rilevante, anche perché è più completa e generosa verso la storia e la cultura della musica, rispetto ad esempio a Stockhausen e Boulez. Berio è stato per me importantissimo per darmi una prospettiva più ampia su ciò che la composizione potesse essere, e mi ha aiutato a trovare la mia voce».

Philip Glass, Michael Nyman, Brian Eno sono influenze evidenti nella sua musica. Ma ha anche frequentato molto il pop. Quali nomi hanno contribuito alla formazione del suo stile?
«Riconosco due tipi di influenze, da una parte band come i Can, i primi Pink Floyd, i Tortoise, i Sonic Youth, ma anche il Punk. Dall’altra parte, con i Kraftwerk, è nata la mia storia d’amore con l’elettronica, che mi ha portato anche a lavorare con i Future Sounds of London negli anni 90. Non sempre ne è venuta un’ispirazione musicale, ma dal pop ho imparato una pratica di composizione ibrida, che è sì scritta sulla pagina, ma prevede poi una fase di produzione in studio».

Come immagina la musica del futuro?
«La musica è un progetto storico. Esiste una dimensione tecnologica, il modo in cui la musica viene prodotta, ascoltata e distribuita, e questa cambia col tempo. C’è poi un impulso musicale, che è molto profondo negli esseri umani, e penso esisterà sempre, finché qualcuno canta una ninna nanna a bambino la sera, strimpella la chitarra nella sua stanza o suona in un locale».

O per un pubblico di persone che dormono, come in Sleep, che ha già avuto decine di repliche e migliaia di spettatori. Come fa a resistere otto ore di notte?
«È uno sport estremo. Di solito cerco di sfruttare la differenza di fuso orario, così quando arrivo sul palco per me è mattina».

Qual è la musica più bella che ha mai ascoltato?
«Difficile dirlo, ce ne sono tante. La Messa a 5 Voci di William Byrd, il lato B di Abbey Road, la Passione secondo Matteo di Bach, la Terza Sinfonia di Beethoven, Il flauto magico, la Sonata D960 di Schubert...”

Che cosa è meglio: la musica o il silenzio?

«Penso che il silenzio sia difficile da battere».

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