I capricci di Serse, rockstar barocca

02 aprile 2019

Stando a Erodoto, quanto a stravaganze il Re persiano Serse dava dei punti alle rockstar più capricciose (oltre a perdere sistematicamente battaglie con i greci, come del resto papà Dario). Infatti Händel lo fa subito entrare in scena, prepotente e noncurante come un divo di Hollywood strafatto, con una dichiarazione d’amore a un albero: «Ombra mai fu / Di vegetabile / Cara ed amabile / Soave più», cioè il famigerato «Largo di Händel», poi usato e abusato per matrimoni e bocellate varie.

Di Händel, Serse (1738) è forse il suo titolo più curioso: ormai a Londra il melodramma italiano perdeva colpi e incassi, e prima di dedicarsi all’oratorio inglese tutto Bibbia e patriottismo, il caro sassone si volta indietro, riesumando un vecchio soggetto già usato da Bononcini e addirittura da Cavalli, perfino con l’unica parte comica di tutto il suo teatro, il servo Elviro che si aggira stralunato parlando in lingua franca mentre la corte persiana sembra una puntata di Dynasty fra fidanzamenti e sfidanzamenti, amori non corrisposti, dispotismi sovrani, corna e capricci vari (nel frattempo ci sarebbe in effetti da regolare i conti con i greci, ma qui la guerra è altrettanto remota che nel Così fan tutte). Händel guarda al passato anche dal punto di vista musicale: arie più corte, parecchie perfino senza il regolamentare daccapo, orchestra leggera, forme più semplici.

A miniaturizzare il Serse ha poi ulteriormente provveduto, nella nuova produzione vista al Valli di Reggio e poi pellegrina in regione fra Modena, Piacenza e Ravenna (Händel in Emilia? Ebbene sì; nulla è meno provinciale dei teatri di provincia italiani), il direttore Ottavio Dantone, che qui taglia e cuce come già nel Rinaldo del circuito lombardo. Ne esce un’edizione fin troppo sbrigativa ma gobidile e dal gran ritmo teatrale. In più, ma non è una novità, Dantone Händel lo dirige e lo suona (al clavicembalo) benissimo, come del resto la «sua» Accademia Bizantina.

A parte i due bassi (Luigi De Donato-Ariodate e Biagio Pizzuti-Elviro, impeccabili), la compagnia è tutta femminile, come si faceva vent’anni fa. E qui è un peccato perché, con tutti gli ottimi controtenori anche di produzione nazionale che ci sono attualmente, si poteva affidare loro almeno un Arsamene (come si fa poi quasi sempre, peraltro), anche per evitare l’effetto monotono di un cast di sole donne. Due, in ogni caso, sono eccellenti. Una, e lo sapevamo, è il soprano Francesca Aspromonte, Atalanta, ultimo brillante prodotto del vivaio dei barocchisti «made in Italy»; l’altra, ed è una rivelazione, almeno per me, il mezzo Arianna Vendittelli che fa Serse con bella e buona voce, e cui solo manca un pizzico di estroversione o forse di gigionaggine in più. Funzionano anche Marina De Liso, Arsamene, e Monica Piccinini, Romilda, e al solito Delphine Galou, Amastre, si fa ammirare per bellezza di timbro quasi da contralto «vero» e per proprietà stilistica: avesse solo un po’ più di volume...

Insomma, l’avete capito: la parte musicale è ottima. Quella scenica, un fiasco totale. Il principale requisito che si chiede a un regista che mette in scena Händel è quello di riuscire a dare un senso drammaturgico a forme musicali che apparentemente non l’hanno. Gabriele Vacis non ci riesce, o forse non ci ha nemmeno provato.

L’unica idea buona è quella di inglobare l’orchestra nella scena e portarla all’altezza della platea, perché la buca per Händel è proprio un controsenso. I guai iniziano sul palcoscenico. Sotto, i personaggi deambulano al proscenio trasformato in una serie di camerini: si alzano, si siedono, si cambiano, passeggiano e in generale non fanno nulla per caratterizzarsi o per farci interessare alle loro complicate vicende. Sopra, una trentina di ragazzi giovani e carini volteggiano, si spogliano, agitano alberi, fanno rotolare palle, insomma vorrebbero «descrivere» la musica, ma l’unico effetto che ottengono è quello di romperle, intendo le palle, e purtroppo non le loro. Pura fuffa. E dire che oggi se c’è un autore benedetto dal teatro è appunto Händel. Vedere per credere gli spettacoli di Jones, Mitchell, Loy, Carsen, Alden, insomma dei registi d’opera veri.



 
 


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