Lucilla Giagnoni al Faraggiana farà rivivere il mito di Marilyn Monroe

07 marzo 2019

Sto facendo la tinta: biondo Marilyn. Se per lei ci volevano ore e ore, figuratevi per me. Ma ne vale assolutamente la pena. Questo spettacolo ha una decina d’anni. È una costola della mia ricerca sulla luce. Lavoravo sull’idea di “stella”, luminosità che emerge prepotente. E se c’è un mito che ho sin da bimba, è lei. Sempre stata riferimento e mistero. Stupefacente, inarrivabile e così fragile».

Lucilla Giagnoni torna nel «suo» Faraggiana alle 21, venerdì, per lo spettacolo dell’8 marzo e per la rassegna «Corpo e anima». A «Marilyn» ha collaborato Michela Marelli; musiche di Paolo Pizzimenti. Pochissimi biglietti ancora disponibili.

Chi è, per Lucilla Giagnoni, Marilyn Monroe? Perché interpretarla ancora? Raccontiamolo alle ragazze che hanno 17,18 anni.

«Come attrice non era bravissima ma lo sarebbe diventata se solo avesse avuto tempo e modo. Lavorava, sapeva “catturare” come nessuna la luce e diffonderla. Da modella studiava, non c’erano diavolerie digitali ai suoi tempi, lei si faceva guidare dai fotografi. Ed ecco il successo: da pin up. Ma lei voleva fare l’attrice e c’è riuscita. Ma è il suo, il personaggio che ha interpretato meglio e fino in fondo».

Era così fragile. Grande anche nella disperazione. Bella con troppa anima?

«Era pure una poetessa. Una donna che ci ha provato ma in un gioco troppo più grande. È cresciuta senza padre. Situazione che innesca, quasi sempre, dinamiche ben note. Ha cercato di soddisfare l’appagamento maschile, lei che era stata rifiutata. È cresciuta senza l’uomo che dove darle struttura, voce, futuro. E ha cercato ben presto, con maschi tanto diversi, la realizzazione. Tutto questo succede dopo un’infanzia e un’adolescenza assai travagliate».

Marilyn arriva al fianco di miti. Ha sposato Joe Di Maggio, Arthur Miller, collezionato fidanzati e amici celeberrimi. Ma le mancava sempre qualcosa, qualcuno.

«Giovanissima, aveva sposato un ragazzo del quartiere. Poi era andata più in alto, ma sempre attraverso un uomo, dallo sportivo all’intellettuale ai potenti, a John F. Kennedy, mentre Bob era davvero innamorato. Lei aveva una madre con seri problemi psichici. Marilyn era affamata d’amore e insopportabile. Miller lo scrisse poi, in modo quasi giustificatorio. La dipinse come pazza. Impossibile conviverci, si diceva di lei. Era un peso anzitutto per se stessa».

Personaggio complesso da rendere a teatro, nel volerla vedere sotto nuova luce?

«In tante ci hanno provato e non ci si stancherà mai. Perché tutto in lei è stato molto tragico, pur avendo raggiunto il successo e le elite. Ha fatto tutto con grande fame di vita e di affermazione. A un certo punto anche Andy Warhol se n’è accorto. L’ha resa un’icona, riproducibile. Una sintesi mondiale del mito per eccellenza».

Tinta dei capelli a parte, Lucilla e Marilyn dove si assomigliano e dove restano, per forza di cose, distanti?

«Ho messo ovviamente paletti. Quanto a età e misure siam lontane ma ogni piccola bionda, almeno per un attimo, ha il desiderio di assomigliarle e io non faccio eccezione.Di mio ho messo anzitutto il testo, la narrazione».

Le platee come reagiscono?

«Dal debutto a Brescia ho avvertito il senso di sorpresa. Le ragazze mi guardavano come un mito e una coincidenza d’anime. Pezzi rotti che cercano la bellezza. Avvertivo e avverto ammirazione. La sua storia è tragica ma possiamo usarla perché insegni. E ho colto tanti sguardi d’affetto. Come se dicessero “grazie per avercela regalata”».

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