Parma, il Festival 19 fa poker di Verdi

02 febbraio 2019

Il Festival numero 19 dedicato a Verdi, a casa sua cioè a Parma e a Busseto (e pazienza se non è proprio che con i suoi conterranei il rapporto del Giuseppe fosse di pura delizia, c’era anche molta croce), si svolgerà dal 26 settembre al 20 ottobre, con un cartellone che prevede come piatto forte il solito poker di opere e un contorno ottimo e abbondante di concerti, spettacoli, incontri, opere tascabili per bambini, sfilate in piazza e pugilati sul ring (si spera solo metaforici, ma non è scontato). Con una comunicazione seria nel fondo però ironica e iconica, tipo la cartolina con il Verdi-Uncle Sam che dice «I want you», perché per noialtri Verdi è sacro, però per tutti è anche più contemporaneo, anzi più avanti di chiunque altro.

Il problema, chiaro, è sempre quello: in Verdi c’è tutto sommato poco da scoprire, perché è l’operista più rappresentato al mondo e, quanto a popolarità planetaria, sta al teatro musicale come Shakespeare a quello «parlato». Ma in Verdi c’è molto da ri-scoprire, nel senso che, a differenza di quel che pensano le care salme che tutelano il teatro in generale e Verdi in particolare da loro stessi, il Bello non è rifare sempre le stesse cose allo stresso modo, ma cercare ogni volta in quel passato favoloso le ragioni del nostro presente, mettere Verdi in contatto con la contemporaneità per far deflagrare la potenza del teatro più emozionante mai inventato. E allora, se le sue opere, al netto di varianti, rifacimenti, edizioni critiche e così via, sempre quelle ventisette sono, deve cambiare il modo di metterle in scena, suonarle, cantarle, in una parola: pensarle.

E qui Anna Maria Meo, direttrice generale del Regio e del Festival, ci sta provando, prendendo anche i suoi rischi, specie in una realtà come Parma che i rischi li ama poco. Però, come ha dimostrato il famigerato e sublime «Stiffelio in piedi» già mitico del ’17 (è appena uscito anche il dvd, che non può rendere completamente la commozione da brividi e da lacrime che ci attanagliava tutti quelle sere al Farnese; ma darne un’idea, sì), quando le riletture hanno ragioni forti e risultati emozionanti, le applaudono anche a Parma, anzi perfino a Parma. Quest’anno il titolo a rischio è ovviamente il «Nabucco» al Regio, affidato alla coppia registica Ricci-Forte, una griffe che significa progetti per nulla «provocatori», come si dice in cretinese, ma certo coraggiosi e innovativi. Per il resto, AAA cercasi un minimo di apertura mentale e di curiosità intellettuale. Vedremo. La parte musicale dovrebbe essere rassicurante: dirige Francesco Ivan Ciampa, bacchetta in forte ascesa, e nel cast spicca il nome di Saioa Hernández, già applaudita primadonna del 7 dicembre scaligero.

Altro progetto stimolante, il teatro fuori dal teatro. Il Farnese non si può più usare perché la Sovrintendneza non vuole. E allora il Festival porta «Luisa Miller» nella chiesa di San Francesco del Prato, gioiello gotico del Duecento, poi diventata carcere, adesso in corso di recupero, quindi attualmente un cantiere. Le immagini svelano un posto di grande suggestione mistica e «verticale» e di probabili problemi di acustica (ma peggio che al Farnese non si potrà sentire, via), anche se per il direttore musicale del Festival, Roberto Abbado, che sarà sul podio, i primi test hanno dato «risultati confortanti». La regia è affidata a Lev Dodin, a suo tempo acclamato per «Kabale und Liebe» di Schiller, cioè il testo da cui la «Miller» è tratta. I pronostici insomma sono fausti, poi si sa che Dodin può molto piacere o molto farsi detestare, ma difficilmente lascia indifferenti. Pure qui il pezzo forte, anche come taglia, della locandina è la protagonista Angela Meade.

Le altre due produzioni appaiono sulla carta più «normali». Non rinunciatari però «I due Foscari» inaugurali al Regio, diretti da Paolo Arrivabeni con la regia di Leo Muscato e il trio Maria Katzarava, Stefan Pop e Vladimir Stoyanov. Nel teatrino-ino-ino di Busseto torna invece l’«Aida» di Franco Zeffirelli che all’epoca, non potendo saturare il palcoscenico di valanghe di coristi, ballerini, comparse, cavalli e altri animali, fece uno dei suoi spettacoli meno ipertrofici e più riusciti. Michelangelo Mazza dirigerà un cast di vincitori del Concorso voci verdiane. Ancora, da segnalare il concerto diretto da Abbado che esplora i rapporti fra gli esotismi di Verdi e quelli dei francesi coevi: Delibes, Bizet, Meyerbeer e perfino Félicien David con un estratto dell’ode sinfonica «Le désert», oggi il brano più citato ma meno effettivamente ascoltato di tutta la musica dell’Ottocento. Per la serie «grandi vecchi» ci sono un recital con pianoforte di Mariella Devia e un gala con orchestra di Leo Nucci. E poi: il Verdi sacro per organo, «around Verdi», il «Nabuccolo» per gli infanti, le prove aperte e il «Verdi off», la rassegna curata da quella kamikaze della creatività che è Barbara Minghetti, con le sue parate verdiane per le strade di Parma, i concorsi per giovani autori, i concerti nelle carcere e negli ospedali, nelle piazze e dai balconi. L’idea è che se una città fa teatro diventa anche una comunità, e se una comunità fa Verdi diventa migliore.

E qui spunta anche il «Verdi ring», ovviamente al «Verdi circus» in un tendone in piazza: tre incontri dove le coppie direttore-regista delle tre opere parmigiane si confrontano, e magari si scontrano, con i loggionisti e i membri delle confraternite e i soci dei club, insomma con il pubblico, magari pure quello più tosto. L’incontro che farà prevedibilmente scorrere più sangue, si spera appunto solo in senso figurato, è quello della coppia supposta iniqua Ricci-Forte e sarà moderato dal soprascritto (però se iniziano a menarsi scappo). Per confessare completamente il mio conflitto d’interesse aggiungo che mi è stata pure affidata la stesura di un monologo sulla «Miller» che sarà recitato nella chiesa-carcere da un grande nome del teatro italiano che per ora non si può fare e sarà accompagnato dai Filarmonici di Busseto. E che Verdi (e Schiller, e perfino Salvadore Cammarano) mi perdonino.



 
 


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